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09 settembre 2015

Sospetto (nero) di Percival Everett

In libreria. Giovani che commentano titoli e autori. Si capisce che sono adusi alla lettura, che conoscono e amano i libri. 
Uno prende in mano Sospetto di Percival Everett e chiede agli altri: “Lo avete letto, è interessante?” Non l’hanno letto ma un altro si arrischia a dire “Pare sia bello”. 

Si arrischia perché se il gruppo compatto non conosce e tace, meglio non parlare. Io ho letto il libro, mi è piaciuto, tanto, e mi permetto di suggerirlo al ragazzo. Allora interviene con decisione la ragazza che evidentemente guida il gruppo: “Lui (l’autore) mi sta sul cazzo, l’ho sentito in un’intervista”
“Allora che faccio” chiede il ragazzo che non vuole far la figura di quello che da retta alla signora da libreria.
“Prendilo, è pure nero

Nero è l’autore, afroamericano. Perché il libro magari fa schifo o non lo leggi, ma tu fai un figurone a dire in giro che leggi uno scrittore nero. Fa curriculum, evidentemente, in una sorta di incredibile razzismo al contrario, per cui uno scrittore non è più o meno valido per ciò che scrive, ma per il suo colore e la sua provenienza. 

Si legge per allargare il proprio ego acculturato, che si espande maggiormente se può vantare nell'elenco un nero o un palestinese o uno che ha scritto 3 righe 3 ma sotto tortura, e non importa se i loro libri siano buoni o meno. E’ la foto sul passaporto che conta.

Ma Sospetto (Nutrimenti Edizioni) è un gran libro e va assolutamente letto, perché è un thriller spiazzante ambientato nel potente paesaggio dominato dagli altopiani desertici del New Mexico, e perché racconta di solitudine e pietà di una parte d'America meno conosciuta.
Venne il crepuscolo e gli scarafaggi del deserto emersero dai loro buchi e strisciarono lungo il fiume in secca.


04 settembre 2015

Libri e Scrittori. Marco Missiroli e Sandra Petrignani

Libri. E Scrittori, ovvio. Gli scrittori sono Sandra Petrignani che colloquia con Marco Missiroli, per presentare il libro di quest’ultimo Atti osceni in luogo privato che ha ottenuto straordinario successo di critica e pubblico. Soprattutto femminile, perchè il libro è un gran libro, di respiro internazionale, ma lui, il Missiroli, è giovane e bello e questo incide, ah se incide.


L’incontro affollatissimo organizzato da Libri & Bar Pallotta a Ponte Milvio, Roma, è molto piacevole e si distanzia dalla noia che accomuna moltri altri simili incontri per la bravura e la classe di Sandra Petrignani, che pur restando sempre su piani alti parla per farsi comprendere da tutti e non solo dai critici. 
Ma si arricchisce anche di ironia per l’incontenibile Missiroli, che si gode tutto il suo momento d’oro colorando il suo intervento con aneddoti apparentemente minimi e molto divertenti della sua vita in provincia, a Rimini, e con frasi e parole spesso forti, tanto che elegantemente ma ferma la Petrignani gli fa intendere ad un certo punto che è meglio cambiare un poco il registro. “Ho perso la verginità a 20 anni” e “prima dei 20 anni ho letto molto poco”. 


Sembrano distanti queste due affermazioni, invece sono più intrecciate di quanto si creda, perché la verginità perduta è quella fisica ma anche l’innocenza di un semplice ragazzo di provincia che scopre la cultura, la scrittura e poi la fama. C’è ancora qualcosa di innocente in Marco e nello scrittore Missiroli? Sicuramente la curiosità, poi saranno il tempo e i successivi romanzi a dircelo. 
Nel frattempo, per chi non l’avesse già fatto questa estate, è bene prendere subito una copia di “Atti osceni in luogo privato” perché l’educazione sentimentale e culturale di Libero Marcel, il protagonista, ci riguarda e ci accompagna in una riflessione sul maschile e sul femminile non scontata e non banale, con una scrittura raffinata ma mai elitaria che lo scrittore stesso ha definito “di porcellana”. 



Non si è parlato solo del romanzo di Missiroli, ma di Philip Roth che tanto ha influenzato l'autore, e di Roman Gary, e di altri autori, dunque non posso chiudere questo post senza nominare il libro di Sandra Petrignani Marguerite, biografia in forma di romanzo di Marguerite Duras, a mio avviso uno dei più importanti usciti in Italia nell'ultimo anno. E in qualche modo siamo sempre a Parigi, e con un'altra forte storia di sentimenti e formazione culturale. E di amore, sempre.

02 maggio 2014

Io, il teatro


Non è una biografia, né un libro su Arnoldo Foà
E’ un libro su Arnoldo Foà attore di teatro, sulla sua idea di “fare teatro”, sul suo mestiere al servizio del teatro.
Anna Procaccini
Rubbettino Editore

29 aprile 2014

Io, Il Teatro. Arnoldo Foà racconta se stesso

Festival del Cinema Europeo di Lecce
Eventi, Libri

FOA-ok


IO, IL TEATRO. ARNOLDO FOÀ  RACCONTA SE STESSO    

di Anna Procaccini
Edizioni Rubbettino  e Festival del Cinema Europeo
intervengono:
Anna Procaccini Foà
Pamela Villoresi
Rocco Capri Chiumarulo
Cosimo Damiano Damato
Alberto La Monica
Castello Carlo V 

Sala Maria D’Enghien
mercoledì 30 aprile
ore 18.30

19 aprile 2014

La cugina americana


Il titolo italiano non rende giustizia a questo interessante romanzo d’esordio di Francesca Segal, affermato critico letterario inglese e figlia d’arte (suo padre Eric è l’autore del bestseller “Love Story”). Il titolo originale è “The innocents”, e rispecchia bene l’intenzione dell’autrice di rendere omaggio a Edith Wharton e a quel mirabile romanzo che è L’età dell’innocenza, rovesciandone i presupposti, visto che l’azione si svolge nell’Inghilterra di oggi, e che New York diventa per la Segal il luogo della libertà di scelte ed espressione, specchio della Parigi intellettuale e aperta del romanzo di Edith Wharton. 

La Londra contemporanea è individuata nella chiusa e tradizionalista, colta e borghese comunità ebraica di Hampstead, dove sopravvive una sorta di innocenza, perduta nel resto della città, e del mondo. L’innocenza degli sguardi, dei rapporti umani, delle storie d’amore nate nell’adolescenza che sfociano in matrimoni attesi e festeggiati da un’intera comunità; l’innocenza di un modo di guardare alla vita ancora limpido, fiducioso, anche di chi ha conosciuto il dolore. Adam ama Rachel da sempre, e il loro futuro è già scritto, il matrimonio i figli, il lavoro di Adam nello studio del padre di Rachel, la vita conosciuta e sicura all’interno della comunità. Arriva invece dall’America e si insinua come un serpente velenoso in questo piccolo mondo la bellissima e tormentata cugina americana di Rachel, Ellie, e rompe tutti gli equilibri faticosamente costruiti da chi è sopravvissuto alla tragedia del secolo precedente, e da chi è cresciuto poi con il peso del riscatto e della normalità. 


“... La libertà di ogni uomo di essere giudicato in quanto uomo e non in quanto ebreo. Ma noi non ci siamo ancora arrivati, noi dobbiamo diventare migliori degli altri se vogliamo sperare di essere tollerati. E’ questa la realtà dell’antisemitismo, dobbiamo essere irreprensibili”: è la sorella di Adam, Olivia, che parla, sintetizzando lo spirito che da sempre anima la vita della loro comunità. 
La cugina americana diventa la cartina al tornasole di eventi privati (passione e tradimento) e pubblici (disastro economico e ignominia) che scuotono alla base non solo Adam, ma anche la vita dell’intera comunità. Tutto va in pezzi, ma in qualche modo i pezzi si ricomporranno, e non è detto che la ricomposizione frutto di tanto dolore non sia poi foriera di positività: la tempesta emotiva ha portato una più rasserenata conoscenza e consapevolezza, di se e dei propri desideri.

Sarebbe riduttivo parlare di una semplice storia di amore e tradimento, le vicende umane e psicologiche che animano il libro sono più complesse e sfaccettate, e tuttavia il tradimento è la chiave della storia, perché chi tradisce uno, tradisce tutti, e soprattutto tradisce se stesso, il suo senso di responsabilità e del dovere. La scrittura elegante, anche se a tratti un poco acerba, rende memorabili alcuni personaggi, come il giusto Lawrence, o la sopravvissuta Ziva, e come il Cibo, che diventa esso stesso personaggio, con ricche e accurate descrizioni di ricette e pietanze, esplosione di passione e di vita nel mondo ordinato e tranquillo della comunità ebraica londinese. Come dice la nonna Ziva, “ho digiunato abbastanza nella mia vita”.
La cugina americana di Francesca Segal
Bollati Boringhieri, 2012

31 marzo 2014

Quando Marina Abramovich morirà


Quando Marina Abramovic morirà sarà già tutto deciso. Persino la musica, di Antony and the Johnsons, che accompagnerà il suo ultimo viaggio. Marina Abramovic ha organizzato tutto, anche il suo funerale, proprio come una perfetta ultima performance. 
Marina Abramovic è una delle più controverse e famose artiste contemporanee, probabilmente la più importante e innovativa rappresentante della body art. Il libro racconta la sua vita e la sua arte, in un intreccio forte e inscindibile, sin dall’inizio, dalla nascita a Belgrado nel 1943, da una coppia di patrioti e collaboratori di Tito. La madre Danica ricoprirà un ruolo di primo piano accanto a Tito come funzionario della cultura e dell’arte iugoslava, influenzando la piccola Marina, che si diploma poi all’Accademia d’Arte di Belgrado. Inizia con la pittura, ma presto si interessa alla scultura per approdare, già a Belgrado, all’idea di performance artistica utilizzando il corpo. 


L’avvincente biografia di James Westcott segue con passione e estrema attenzione il percorso di Marina, sottolinea la sua forte indipendenza artistica e intellettuale, e allo stesso tempo la sua dipendenza, per lungo tempo, dall’ambiente familiare e artistico della Belgrado degli anni ’60/70. Al centro della sua arte c’è il corpo, che lei utilizza come tela vuota, che si può incidere, torturare, coccolare, tagliare, mostrare nella sua nuda essenza. Il corpo è il mezzo, il corpo è l’arte, il corpo è la performance. 

La formazione artistica e la vita di Marina sono raccontate come un romanzo, arricchito da numerose foto e ricostruito in base alle interviste alla stessa Marina, ai familiari, agli amici, agli uomini della sua vita.

L’autore, già collaboratore della Abramovic, descrive minuziosamente la meticolosa preparazione e la realizzazione delle performance di Marina, sia in coppia con il suo ex compagno Ulay, sia da sola negli ultimi 20 anni, con uno stile elegantemente didascalico che è in necessario contrasto con la passione, la vitalità, il forte impatto emotivo dell’arte e della personalità di Marina Abramovic. La sua visione peculiare dell’arte sposta negli ultimi anni la sua attenzione sul rapporto strettissimo tra l’artista e il suo pubblico, che diventa parte, e anche protagonista, della stessa performance. 


Rimane sospesa la domanda, alla quale la stessa Abramovic sta cercando di dare risposta con la creazione di una fondazione per le arti performative, e cioè la fruibilità a lungo termine della performance come opera d’arte, se non attraverso la mediazione della ripresa video e fotografica, che inevitabilmente la trasformano in altro...

QUANDO MARINA ABRAMOVIC MORIRA’ di James Westcott
Johan & Levi Editore

23 marzo 2014

Bangkok, una recensione


Chiudi il libro dopo aver letto l’ultima pagina e pensi che in realtà non è un libro solo su Bangkok, ma su chi decide mollare tutto e trasferirsi lì. Sono gli occidentali alla deriva, chiamati farang, che si perdono in una città misteriosa e avvolgente. I farang descritti da Lawrence Osborne sono inafferrabili, incomprensibili; cinici e romanticamente devoti a un’idea di bellezza che copre tutto, fallimenti, difficoltà e solitudine. Pensano di poter controllare la loro presenza e il loro presente a Bangkok, ma la città non si cura di loro, li illude e poi li fa scomparire, proprio come il protagonista viaggiatore, e gli strani tipi con cui familiarizza. 
Ogni volta che il protagonista/narratore torna a Bangkok, improvvisamente si materializza uno dei vecchi amici, sempre più improbabile e malridotto mendicante d’amore e d’attenzione, per poi scomparire di nuovo, in qualche bar o in qualche club, o sul tetto di un tempio buddista. Quasi risucchiati e riemersi dal fango di una città per settimane sotto una pioggia incessante. 


A Bangkok si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna, e a pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta […]”.
Il libro è sostenuto da una sofisticata tensione narrativa che rimanda ai grandi autori, Lowry, Green, e Somerset Maugham, anche se la scrittura non sempre è all’altezza di questa ricerca. E’ un’immersione in un mondo non solo lontano, ma altro da quello occidentale, in cui ogni azione è benedetta da mille significati buddisti, in cui il re è considerato una semi divinità, e la potente natura del sudest asiatico è così fisicamente intrecciata alla città. 

La Bangkok che il protagonista percorre nelle sue interminabili camminate per i soi, le vie della città, è un luogo per metà magico, per metà durissimo e inaccessibile. C’è la bellezza della natura, dei templi, dei volti dei giovani, e ci sono le case nascoste nella giungla in mezzo alla discarica, le botteghe in luoghi fetidi e improbabili, i cani randagi che abitano i templi e le strade. C’è il cibo, che diventa un viaggio nel viaggio: formiche, vermi, insetti, vodka allo scorpione, solo mangiando si ha la possibilità, o l’illusione, di non essere solo un anonimo farang ma di far parte del ritmo vitale della città. 


E poi c’è il sesso, tanto, ovunque, sempre, con chiunque. Negli squallidi club delle zone più infime della città, o negli alberghi di lusso, la mercificazione del sesso sembra essere l’attività principale. Il protagonista e i suoi amici non credono ai dati delle Ong sullo sfruttamento sessuale e sulla prostituzione minorile in Thailandia, perché secondo loro non tengono conto della vera natura dei thailandesi. Ma non è chiaro se sia vera libertà sessuale, come sostengono, o solo un’altra illusione del farang sfaccendato e senza scrupoli che vive a Bangkok, in cerca di un’assoluzione per la sua perdita di moralità : "a Bangkok ciascuno è libero di andare a pezzi come crede". 

BANGKOK
di Lawrence Osborne
Adelphi (2009)

02 marzo 2014

Urbino, Nebraska. Una recensione

La strada che sale verso Urbino è bellissima, si snoda attraverso prati verdi colline dolci e un paesaggio riposante che fa bene agli occhi e al cuore. Poi arrivi a Urbino, e lì le cose cambiano, per entrare in città ti inerpichi per strade che salgono sempre più ripide e fredde. La fatica del vivere, e del vivere in provincia, è già tutta nel titolo di questo romanzo in 4 tempi, Urbino, Nebraska, e che l’autore, Alessio Torino, posiziona però in un’area più vasta, nel Nebraska americano, perché la provincia con la sua fatica è la stessa ovunque. E il titolo non può non rimandare anche al leggendario album di Bruce Springsteen, con le sue piccole storie di dura vita di provincia.
La fatica che si percepisce dal passo narrativo e dai personaggi è quella di trovare una propria identità, slegata dalle tradizioni che in piccoli centri sono più forti e incatenanti, e allo stesso tempo radicata in quella realtà. 

Il libro si divide in 4 parti, separate tra loro eppure unite da rimandi temporali, nomi e consuetudini. Ogni racconto tradisce piccole seppur significative differenze di stile e ritmo. Nel primo brano, Zena Mancini, la protagonista è una giovane universitaria, vive alla periferia di Urbino con la sua normale e presente famiglia, in cui trova comprensione e protezione. Zena è in cerca della sua strada, mentre trascorre le sue lunghe giornate all’università e in giro per Urbino coi luoghi e le vie nominati come se fossero parti della scrittura, come se fossero i silenti testimoni della sua crescita e della sua maturazione: “(...) lei si sente una studentessa perché Urbino le dà un gran senso di libertà, come se ci abitasse da originaria di qualche altro posto”. 
Si sente libera perché si immagina altro, ma in realtà diventa se stessa proprio quando è Zena Mancini di Urbino, quando prende placidamente il caffè sul divano dopo pranzo con i genitori, quando ben calda tra le coperte nel suo letto decide che non andrà alla gita a Berlino. Sceglie di rimanere nella sua città / culla, anche se significa fare i conti con se stessa e i suoi problemi. E’ piatta la sua vita, come apparentemente piatta sembra la scrittura, che segue il ritmo lento della quotidianità delle famiglie di provincia, una scrittura che poi improvvisamente cambia quando racconta delle anomalie, la mamma tedesca che impone uno studio esasperato alla figlia (invisibile), gli amici che bevono e fumano troppo, e il fantasma di due sorelle trovate morte su una panchina tanti anni prima, per droga, e la loro mamma malata di cui si occupa la piccola comunità condominiale in cui vive Zena, l’unica realtà che conti, alla fine.


E questo cordone ombelicale con la famiglia d’origine e con la durezza, e la bellezza, di Urbino, legano anche i protagonisti degli altri 3 racconti: L’ultimo dicembre di Nicola Chimenti, Scale esposte a nord, La rotta
Nicola Chimenti ha deciso la sua strada, diventerà prete, ma questa decisione altererà irrimediabilmente gli equilibri nella sua vita, e i suoi rapporti con i componenti della band in cui suonava, che si sentono traditi da chi ha deciso di crescere e realizzarsi in un modo singolare e lontano.
Mentre in Scale esposte a nord Mattia Volponi, che da Urbino è partito per diventare un grafico di fama internazionale a Vienna, dove vive in una bella casa con la famiglia ideale, è vinto da una continua insoddisfazione e inquietudine che lo riporteranno a Urbino, a incontrare il vecchio padre alcolizzato e forse una nuova vita, perché partire senza aver fatto i conti col passato prima o poi presenta il suo conto. 
L’ultimo racconto, La rotta, è forse il racconto perfetto, che segna il passaggio di testimone dal nonno solido ex partigiano al nipote adolescente, che comprende il senso dell’attaccamento, della tradizione e degli affetti facendoli propri, senza rinunciare alla propria individualità, anzi facendola più ricca e sfaccettata. Su tutto pesa la storia di due ragazze morte per droga, della loro mamma senza più testa, e le storie minime di case affetti neve amici musica e l’andare e venire, come il ritmo circolare e universale di questi racconti.

04 dicembre 2013

Zelda Fitzgerald e Hadley Richardson


Non era una donna semplice Zelda Sayre Fitzgerald, e non avrebbe amato e sposato uno dei più grandi scrittori del ‘900 se non avesse avuto l’intelligenza, la curiosità e la stravaganza necessarie per poter sostenere un’unione così complicata. 
Una ragazza di buona famiglia, del profondo sud degli Stati Uniti, che in poche settimane diventa una dei protagonisti della mondanità e della società dorata che si divideva tra la Francia e gli Stati Uniti nei primi anni ’20, fissati per sempre come l’età del jazz proprio grazie a F. S. Fitzgerald


Il libro di Therese Anne Fowler è una strana forma di romanzo, frutto di immaginazione e di ricerche bibliografiche, che ha però l’ambizione di restituire una immagine nuova, e definitiva, di Zelda Fitzgerald. La complessa moglie di Fitzgerald, amata e odiata dagli amici e colleghi del famoso marito, negli anni è diventata famosa quanto lui, perché ne è stata musa e ispiratrice, perché insieme hanno alimentato e costruito un mito, ma la Fowler insinua anche il dubbio che in realtà Zelda sia stata una vittima del maschilismo e della gelosia di Scott Fitzgerald, che le avrebbe impedito di diventare la brillante scrittrice che lei sentiva di poter essere. Zelda ha scritto racconti di cui Francis Scott si è impadronito e che ha pubblicato a suo nome, a Zelda era proibito in clinica scrivere, per volere di Francis Scott, Zelda non ha potuto esprimere adeguatamente le sue possibilità e capacità artistiche perché le sue responsabilità verso Scott e la famiglia non glielo consentivano, Zelda ha subito per anni il brutto carattere di Francis Scott, oramai preda dell’alcol. Zelda vittima, Zelda eroina, Zelda che in tutto il romanzo della Fowler sembra non aver una sola parola di condivisione e apprezzamento per l’arte di Scott Fitzgerald... 

Una coppia leggendaria che in capo a pochissimi anni ha delineato per sempre uno stile e un’epoca non poteva che essere frutto della originalità e degli egoismi di Zelda e Scott, del loro candore e della sconfinata ambizione di entrambi, anche se solo una delle due ambizioni era sorretta evidentemente dal talento e dall’arte. Il libro della Fowler è sicuramente un altro tassello per alimentare il mito Fitzgerald e spingere a conoscere di più Zelda, ma lo stile elegante e la controllata passione per la sua protagonista non celano una certa ingenuità di scrittura e una tensione narrativa tesa esclusivamente a fare di Zelda una eroina romantica delle origini del femminismo. Si serve per sostenere le sue tesi di lettere, scritti o di episodi, spesso inventati completamente, come il tentativo di Ernest Hemingway di importunare fisicamente Zelda una sera a Parigi. Episodio di pura fantasia, che per la Fowler può giustificare però la forte antipatia tra i due.  Quello che non convince nel romanzo della vita di Zelda Fitzgerald è la mancata evoluzione emotiva e psicologica del personaggio Zelda, e di conseguenza della donna e artista Zelda, che rimane sempre ferma, cristallizzata in un ideale romantico che non rende giustizia alla sua inquietudine, alle sue aspirazioni e alla sua terribile fine.
Nel 2011 è uscita una biografia romanzata della prima moglie di Hemingway, Una moglie a Parigi di Paula McLain, e il confronto tra le due biografie pende sicuramente a favore di quella della ex signora Hemingway. 

La moglie a Parigi è Elizabeth Hadley Richardson, prima moglie di Ernest Hemingway, uno dei giganti della letteratura del XX secolo. Paula McLain scrive una avvincente biografia in forma di romanzo in cui segue l’appassionante vita della coppia nella Parigi della “lost generation”, e la formazione di un grande scrittore attraverso gli occhi di una donna anticonformista e molto innamorata. Hadley Richardson è una giovane trentenne, con poca esperienza e molto dolore quando incontra nel 1920 a Chicago Hemingway, già segnato dalla guerra. Hadley proviene da una stravagante e rigida famiglia di St. Louis, a Chicago scopre il jazz e una situazione culturale vivace in cui si sente finalmente libera. Incontra quel giovane bello strano e vigoroso e se ne innamora perdutamente; la loro sarà inizialmente una relazione epistolare, finché Hemingway non le chiede di seguirlo a Roma, dove pensava di trasferirsi per dedicarsi alla sua carriera di scrittore. Si sposano e si trasferiscono invece a Parigi, su suggerimento di Sherwood Anderson, che offre il suo sostegno a Hemingway, con lettere di presentazione per la piccola comunità di intellettuali americani espatriati in Francia.

A Parigi inizia la vita, o una nuova vita, per entrambi. Inviato del Toronto Star, Hemingway inizia in mezzo a difficoltà e delusioni, la sua carriera di grande scrittore, potendo contare sull’appoggio incondizionato di Hadley, che intelligentemente gli offre tutta la libertà intellettuale di cui lui ha bisogno, e lo sostiene con fiducia illimitata nelle sue possibilità. Hadley è la famiglia, è la casa, lei e il primogenito Bunby sono il rifugio e lo sfogo per Ernest, ma Hadley è anche la compagna di bevute e di scoperta di un mondo di intellettuali e di arte che li travolge coi suoi riti e le sue follie. Con Scott Fitzgerald e Dos Passos e Gertude Stein e tutti gli altri famosi artisti Hadley non si sente mai in soggezione, non è mai “la moglie di”, ma brilla di luce propria, è semplicemente la bella, intelligente e indipendente Hadley. 


Paula McLain, ha fatto un ottimo e articolato lavoro di ricerca, comprese le lettere tra Ernest e Hadley, e il risultato si riverbera nei due protagonisti, dalle complesse sfaccettature emotive, morali e intellettuali. Hadley, moglie e musa, è totalmente legata al suo uomo, ma è indipendente nella sua formazione culturale e di donna del suo tempo. Hemingway la lascerà non appena sarà pronto per i grandi successi che lo aspettano, proprio un attimo prima dell’arrivo della fama. Non si rivedranno mai più, ma lui molti anni dopo la chiamò per avvisarla che stava per pubblicare un libro che parlava di loro e degli anni di Parigi. Si è ucciso prima della pubblicazione di Festa Mobile, in cui il pensiero affettuoso è per Hadley che incarna i suoi sogni e la sua gioventù. 

Zelda  
di Therese Anne Fowler
Frassinelli, 2013  

Una moglie a Parigi
di Paula McLain
Neri Pozza, 2011

14 novembre 2013

Nel tempo di mezzo, a Nuoro

Ammirazione. E’ la prima cosa che ti viene in mente leggendo “Nel tempo di mezzo” di Marcello Fois (Einaudi). Pagina dopo pagina, Fois da sfoggio di tutta la sua perizia con la lingua e le infinite possibilità di suoni, adesioni, costruzioni che la sua sapiente e colta gestione della materia gli consentono. E’ la scrittura la vera protagonista di questo secondo capitolo della saga sulla famiglia Chironi.

E le vicende e i personaggi sono gli strumenti di cui si serve l’autore per creare una lingua antica che vive nel presente, immaginifica e potente, che racconta il tempo della guerra e i primi anni del boom economico, in cui si trova a vivere la famiglia Chironi di Nuoro. Vincenzo Chironi, cresciuto in un orfanotrofio in Friuli, scopre nell’adolescenza di appartenere a una famiglia e a una terra, la Sardegna, che dopo un lungo faticoso viaggio l’accoglieranno come un figliol prodigo, e l’ameranno incondizionatamente, senza chiedergli nulla in cambio. 

Lui si adatta, pensa di essere uno, poi scopre improvvisamente di essere anche altro, e questo segnerà la sua vita, nel solco del destino degli altri Chironi: si fece la barba con cura, guardando la sua faccia dentro allo specchio in cima al treppiedi. Ora che poteva vedersi gli sembrò di essere assolutamente estraneo a se stesso. 

La terra, la malaria, i legami familiari, la morte e la vita, la bellezza e l’amore, le antiche visioni e premonizioni, e la cruda realtà. 

E in mezzo i protagonisti, che galleggiano senza mai sollevarsi del tutto. 
Alla potenza della scrittura non corrisponde sempre quella della costruzione dei personaggi, che sono apparentemente complessi e sfaccettati; in realtà ognuno di loro rispecchia un “tipo”, come la zia Marianna che parla coi morti più che coi vivi, il nonno che rivive nella speranza del nipote, l’amico fraterno che lo lega alla realtà. 
Più articolato e più vivo il personaggio di Cecilia, la moglie bella e misteriosa, e dura come il marmo. E poi il protagonista, Vincenzo, che come l’Orlando di Virginia Woolf attraversa il tempo e luoghi differenti, difficoltà e successi, adattandosi come un mutante, senza mai definirsi, senza trovare una propria identità.

Nel tempo di mezzo
di Marcello Fois
Einaudi 2012

10 novembre 2013

Pier Vittorio Tondelli, un omaggio d'amore

Ci sono giorni in cui l'Amore diventa tutto il tuo pensiero, ci sono giorni che dolorosamente ricordi il tempo di letture intense e pazze d'idee e d'euforia, quando poco più che adolescente sapevi che Pier Vittorio Tondelli era e scriveva e creava.

Non c'è più da tanti anni, e la sua mancanza si sente, nell'assenza di grazia e suono potente della parola e della narrazione.
E questo è solo un omaggio a Pier Vittorio Tondelli, uno stralcio sull'Amore così dolente e puro, e così lucido e vero.

"Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quest'abbraccio e non chiedere altro perché la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante altre volte e poi una sarà l'ultima, ma tu dici stasera, adesso, non è già l'ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l'amore è niente di più, sei tu che confondi l'amore con la vita"

E' il biglietto numero 8, tratto da Biglietti agli amici, pubblicato in tiratura limitata, per volere dello stesso Tondelli, da Baskerville, e poi ripubblicato dopo la sua morte da Bompiani24 biglietti, uno per ogni ora del giorno e della notte, destinati agli amici, brevi prose e citazioni di natura intima, pensieri tondelliani da rileggere sempre con l'affetto il rispetto e l'ammirazione per un grande autore troppo presto andato via.

06 novembre 2013

Nathanael West e il piacere di giocare con la scrittura

Nathanael West è sicuramente uno dei più originali, complessi e importanti scrittori del primo Novecento americano; scrive in un arco di tempo che va dalla fine degli anni ’20 sino al 1940, anno della sua morte, a soli 37 anni. Scrittore e sceneggiatore, porterà avanti una carriera breve e discontinua, che comprende anche una sfortunata esperienza a Hollywood. La sua produzione letteraria non è molto ricca ma brillante e appassionante, e fortunatamente pubblicata in Italia.
I suoi quattro romanzi si possono leggere come un unico grande racconto di una umanità piccola e misera, avvolta e trasportata in un sogno più grande e incontrollabile, manovrata sempre da irresistibili, cinici e perfidi burattinai.
La narrazione è spesso discontinua, storie e personaggi si sovrappongono, trame diverse si intrecciano, rendendo isolate e frammentarie le azioni, ingigantendo i particolari, in un ritmo serrato e modernissimo; ma tutto si ricompone nel costante filo rosso del gusto per il grottesco e l’ironia, e nel coraggio di portare alla luce una angoscia, un malessere, un tipo di sensibilità che solo nei decenni successivi avrebbe trovato un suo spazio nella vita culturale americana. 

Il suo primo romanzo, il complesso e irriverente "La vita in sogno di Balso Snell" (Robin), è una vera festa della scrittura, anche se l’autore l’aveva definito una protesta contro la scrittura. Possiamo trovarci tutti i generi tradizionali, il diario, la lettera, il pamphlet, la biografia, piegati ad uno stile che continuamente si reinventa e si trasforma, e che segue il protagonista Balso in incredibili avventure all’interno di uno stravagante cavallo di Troia, a cui accede attraverso l’orifizio posteriore del canale digestivo.
"Signorina Cuorinfranti" (Minimum Fax) è lo pseudonimo con cui il protagonista, senza nome, firma una nota rubrica per cuori solitari. Miss Lonelyhearts / Signorina Cuorinfranti è sempre più coinvolto nelle dolorose vicende dei suoi lettori e pian piano diventa vittima dell’impossibilità di essere di aiuto, fino all’autodistruzione, in un compulsivo gioco di identità in cui il sogno assume le forme di una ossessione mistica di salvezza, una favola dell’allucinazione che diventa linguaggio. 

Una sorta di divertente parodia del romanzo d’iniziazione è "Un milione tondo" (Einaudi), in cui il giovane protagonista, Lem, viene allontanato dal nucleo familiare, e sotto la guida di un saggio, Whipple, dovrà superare una serie di prove assurde e umilianti fino a quella finale, la morte da eroe, un eroe patetico e funzionale al disegno malvagio del cinico Whipple. In realtà, arruolato a sua insaputa nel partito nazista, viene spogliato pezzo per pezzo del suo fisico e della sua dignità, immolato sull’altare del consumismo.
Dalla chiusura soffocante del cavallo di Troia del primo romanzo, dagli ambienti limitati di "Signorina Cuorinfranti", si passa al caos di esterni di "Un milione tondo", fino all’apertura totale, sotto un sole perenne e accecante, de "Il giorno della locusta" (Einaudi), l’ultimo romanzo, il più celebrato, anche con un importante film.
L’azione si sposta a Hollywood, nella fabbrica dei sogni che viene demolita con una satira lucida e attualissima; il miraggio dei disperati che vanno in cerca di gloria a Los Angeles si conclude miseramente in una scena apocalittica, un momento di follia e di allucinazione collettiva, in cui si riversano gli impulsi violenti di una folla in perenne attesa di un evento, di un avvenimento straordinario che regali un lampo di luce riflessa al buio della loro vita.

Questi sono i miseri di cui scrive West, i deboli e i cinici egualmente vittime di un disegno più grande al servizio del consumismo, del controllo e della mistificazione del sogno