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19 aprile 2014

La cugina americana


Il titolo italiano non rende giustizia a questo interessante romanzo d’esordio di Francesca Segal, affermato critico letterario inglese e figlia d’arte (suo padre Eric è l’autore del bestseller “Love Story”). Il titolo originale è “The innocents”, e rispecchia bene l’intenzione dell’autrice di rendere omaggio a Edith Wharton e a quel mirabile romanzo che è L’età dell’innocenza, rovesciandone i presupposti, visto che l’azione si svolge nell’Inghilterra di oggi, e che New York diventa per la Segal il luogo della libertà di scelte ed espressione, specchio della Parigi intellettuale e aperta del romanzo di Edith Wharton. 

La Londra contemporanea è individuata nella chiusa e tradizionalista, colta e borghese comunità ebraica di Hampstead, dove sopravvive una sorta di innocenza, perduta nel resto della città, e del mondo. L’innocenza degli sguardi, dei rapporti umani, delle storie d’amore nate nell’adolescenza che sfociano in matrimoni attesi e festeggiati da un’intera comunità; l’innocenza di un modo di guardare alla vita ancora limpido, fiducioso, anche di chi ha conosciuto il dolore. Adam ama Rachel da sempre, e il loro futuro è già scritto, il matrimonio i figli, il lavoro di Adam nello studio del padre di Rachel, la vita conosciuta e sicura all’interno della comunità. Arriva invece dall’America e si insinua come un serpente velenoso in questo piccolo mondo la bellissima e tormentata cugina americana di Rachel, Ellie, e rompe tutti gli equilibri faticosamente costruiti da chi è sopravvissuto alla tragedia del secolo precedente, e da chi è cresciuto poi con il peso del riscatto e della normalità. 


“... La libertà di ogni uomo di essere giudicato in quanto uomo e non in quanto ebreo. Ma noi non ci siamo ancora arrivati, noi dobbiamo diventare migliori degli altri se vogliamo sperare di essere tollerati. E’ questa la realtà dell’antisemitismo, dobbiamo essere irreprensibili”: è la sorella di Adam, Olivia, che parla, sintetizzando lo spirito che da sempre anima la vita della loro comunità. 
La cugina americana diventa la cartina al tornasole di eventi privati (passione e tradimento) e pubblici (disastro economico e ignominia) che scuotono alla base non solo Adam, ma anche la vita dell’intera comunità. Tutto va in pezzi, ma in qualche modo i pezzi si ricomporranno, e non è detto che la ricomposizione frutto di tanto dolore non sia poi foriera di positività: la tempesta emotiva ha portato una più rasserenata conoscenza e consapevolezza, di se e dei propri desideri.

Sarebbe riduttivo parlare di una semplice storia di amore e tradimento, le vicende umane e psicologiche che animano il libro sono più complesse e sfaccettate, e tuttavia il tradimento è la chiave della storia, perché chi tradisce uno, tradisce tutti, e soprattutto tradisce se stesso, il suo senso di responsabilità e del dovere. La scrittura elegante, anche se a tratti un poco acerba, rende memorabili alcuni personaggi, come il giusto Lawrence, o la sopravvissuta Ziva, e come il Cibo, che diventa esso stesso personaggio, con ricche e accurate descrizioni di ricette e pietanze, esplosione di passione e di vita nel mondo ordinato e tranquillo della comunità ebraica londinese. Come dice la nonna Ziva, “ho digiunato abbastanza nella mia vita”.
La cugina americana di Francesca Segal
Bollati Boringhieri, 2012

14 novembre 2013

Nel tempo di mezzo, a Nuoro

Ammirazione. E’ la prima cosa che ti viene in mente leggendo “Nel tempo di mezzo” di Marcello Fois (Einaudi). Pagina dopo pagina, Fois da sfoggio di tutta la sua perizia con la lingua e le infinite possibilità di suoni, adesioni, costruzioni che la sua sapiente e colta gestione della materia gli consentono. E’ la scrittura la vera protagonista di questo secondo capitolo della saga sulla famiglia Chironi.

E le vicende e i personaggi sono gli strumenti di cui si serve l’autore per creare una lingua antica che vive nel presente, immaginifica e potente, che racconta il tempo della guerra e i primi anni del boom economico, in cui si trova a vivere la famiglia Chironi di Nuoro. Vincenzo Chironi, cresciuto in un orfanotrofio in Friuli, scopre nell’adolescenza di appartenere a una famiglia e a una terra, la Sardegna, che dopo un lungo faticoso viaggio l’accoglieranno come un figliol prodigo, e l’ameranno incondizionatamente, senza chiedergli nulla in cambio. 

Lui si adatta, pensa di essere uno, poi scopre improvvisamente di essere anche altro, e questo segnerà la sua vita, nel solco del destino degli altri Chironi: si fece la barba con cura, guardando la sua faccia dentro allo specchio in cima al treppiedi. Ora che poteva vedersi gli sembrò di essere assolutamente estraneo a se stesso. 

La terra, la malaria, i legami familiari, la morte e la vita, la bellezza e l’amore, le antiche visioni e premonizioni, e la cruda realtà. 

E in mezzo i protagonisti, che galleggiano senza mai sollevarsi del tutto. 
Alla potenza della scrittura non corrisponde sempre quella della costruzione dei personaggi, che sono apparentemente complessi e sfaccettati; in realtà ognuno di loro rispecchia un “tipo”, come la zia Marianna che parla coi morti più che coi vivi, il nonno che rivive nella speranza del nipote, l’amico fraterno che lo lega alla realtà. 
Più articolato e più vivo il personaggio di Cecilia, la moglie bella e misteriosa, e dura come il marmo. E poi il protagonista, Vincenzo, che come l’Orlando di Virginia Woolf attraversa il tempo e luoghi differenti, difficoltà e successi, adattandosi come un mutante, senza mai definirsi, senza trovare una propria identità.

Nel tempo di mezzo
di Marcello Fois
Einaudi 2012

08 giugno 2012

La lezione di Dashiell Hammett

... E il fatto che mi piaccia il lavoro mi spinge a farlo come meglio mi riesce, altrimenti non ci sarebbe alcun senso. Io la penso in questo modo. Non conosco niente altro, non mi diverto con niente altro e non voglio conoscere niente altro né divertirmi con niente altro. E questo lei non lo può misurare con nessuna somma di denaro. I soldi sono una gran cosa, io non ho niente contro i soldi; ma in questi ultimi diciotto anni mi sono cavato il gusto di inseguire delinquenti e di affrontare enigmi e la soddisfazione di acciuffare ladri e di risolvere misteri. E' l'unico sport che io conosca e non riesco a immaginare avvenire più piacevole che un'altra ventina e più d'anni di questo sport. 

Il detective/feticcio di Dashiell Hammett risponde così a una misteriosa principessa russa che vorrebbe corromperlo con molto denaro. Non c'è solo l'amore per il lavoro, che è pure importante, in questa bordata, ma un decoroso e tutto privato senso dell'onore e del rispetto di se. Non è un idealista o un sognatore questo solido detective, ma uno che la sera vuol guardarsi allo specchio senza avvertire note stonate, o uno sguardo che non lo rappresenta più. E' il personaggio sempre in bilico tra la via diritta e quella smarrita, sempre al confine tra l'onestà e il sottobosco di delinquenza che frequenta, ma non perde mai di vista sé stesso e la propria dignità. Che Autore! e che lezione, dai suoi avvincenti noir.